L' uomo comune (parte quattro)




Il nuovo lavoro mi piaceva, mi piaceva molto. Certo non mancavano gli inconvenienti, ma tutto sommato il rischio ne valeva la candela.
Il giorno dopo puntuale, si presentò la mia cliente con i suoi passi pesanti su per le scale, accompagnati dal borbottio gracchiante e ululante.
Mi affrettai ad aprire la porta, invitandola ad entrare:
"Prego, prego. Avanti non faccia complimenti".
Infatti, non li fece. 
I suoi occhi  scansionarono la stanza esattamente come quando si fa una risonanza magnetica con contrasto o senza contrasto. Preferisci una tac?  Una radiografia? Esattamente...
Poi, finito questo velocissimo esame, e devo dire che probabilmente lo passai poiché non commentò nulla, il suo sguardo si concentrò rapace su un punto in particolare e... vi si piazzò. 
"Quello è il mio posto!" pensai stizzito.
Lei tirò fuori due ferri da maglia numero 5 e mezzo, e continuò il suo lavoro, proprio lá sulla mia postazione, sopra la mia poltrona girevole. Sotto il suo peso, la poveretta scricchiolò e gemette.
Provai una pena infinita per la mia poltrona, e non osai andare oltre col pensiero, sarebbe stato troppo anche per me. 
Non potevo però, certo contraddire la mia prima cliente. Quindi non dissi niente, ma mi sentii un tantino Giuda Iscariota.

La signora: "ma la licenza ce l'hai o no?".

La signora in questione non si fece problemi ne a occupare la mia postazione, ne a violare tutti, ma proprio tutti, tutti, tutti, i miei diritti alla privacy.
Le domande incalzanti piovevano copiose su di me, ed io non avevo nemmeno un ombrello color pastello per ripararmi.
Passi per le prime domande: 
"È un lavoro nuovo? Viene dall'America? Da quanto lavori nel campo degli affari?".
Il 'lei' non era importante, la confidenza le piaceva di più. 
La confidenza implica qualcosa di più "amichevole" dello stretto rapporto di lavoro. Una regola che io conoscevo e rispettavo. 
"Lei" no. E non aveva nessuna intenzione di rispettare.
"Da dove vieni?".
Confidenza.
"Quanti anni hai?".
Un'altra domanda confidenziale.
"Sei sposato?" .
"Questo è troppo!" pensai. 
Ma tenni duro, e risposi con garbo.
Poi la domanda più brutta di tutte:
"Ma tu hai la licenza per fare questo tipo di lavoro?".
In effetti, non avevo pensato alla licenza. Con l'eredità avevo pensato al mio aspetto, ad affittare il locale, a scegliere cosa mi sarebbe piaciuto fare e ad attuarlo.
Mi ero fatto un'idea tutta mia su questo tipo di lavoro. Non avevo previsto che occorresse una licenza.
"Allora? La licenza ce l'hai o no?" incalzò la signora, sferruzzando.
Deglutii.
"Bene, ne deduco che non ne sei provvisto. Quindi" si alzò, allungò la mano e continuò "da adesso siamo soci".
Mi ritrovai, non so nemmeno io come, a stringerle la mano, e contemporaneamente a salutare la mia poltrona.

Commenti

Post popolari in questo blog

Shopping al femminile

L' uomo comune (parte tre)

Shopping al femminile due